PREFAZIONE

"si può scoprire di più su una persona in un'ora di gioco, che in un anno di conversazione" PLATONE

 

PREFAZIONE

"Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall'altruismo e dalla fantasia" dice Francesco De Gregori ne la "La leva calcistica della classe '68"  e rivolgendosi al dodicenne “Nino” lo invita a “non aver paura di sbagliare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore”.

Una canzone che descrive il nostro calcio praticato tra  vecchie strade e piazze del paese. Magari nei campetti improvvisati negli “sterri” delle case in costruzione degli anni ’60 e ’70, quelli che io ho conosciuto, o anche praticato nei parcheggi ricavati negli spiazzi dietro le case o, addirittura, in fondo ad un campo, in mezzo ad una delle tante vallate che  si sono formate tra i declivi del nostro paese.

 

Come non ricordare, ad esempio, quel polveroso campetto di calcio realizzato con tanta fatica in fondo alla valle tra la Piana e Mosé (nella vallata tra Via Niccolai a nord e C.da   via ….). Tanta fatica servì per realizzarlo e tanta se ne doveva fare al ritorno, quando, stanchi, sudati e assetati si doveva risalire la china prima scesa con baldanzosa sicurezza in quattro e quattrotto. Si giocava su di un terreno incolto, dissodato alla "bella e meglio", dove al centro era tutta terra e man mano che ci si spostava ai lati l'erba iniziava a comparire, prima, timida timida,  per poi divenire sempre più folta e, al limite del campo, addirittura così alta da far perdere le tracce del pallone quando malauguratamente, ma spesso, vi finiva per l'improvvida imperizia dei giovanili piedi. Si costruirono pure le prime porte in legno, proprio su quel campo Era, di fatto, una innovazione "tecnologica" di rarità assoluta,  solo i campi regolamentari avevano le porte in legno. Giusto il campo presso l'Enaoli e quello del "Marini". Al massimo, alcuni spiazzi, come il cortile dell'ex convento delle Clarisse, poi collegio e ancora scuola elementare, ora detto "delle Poste", avevano la porta disegnata con calce bianca sul muro centrale dove, una volta, si ergevano anche le pertiche e la corda per gli esercizi ginnici all'aperto. Visto che di spazi chiusi, come palestre, non ve ne erano. Si ricorda, anche, analogamente, la porta disegnata sul muro della palestra de "lu cappello" rivolta verso l'attuale ospedale.

 

In quegli anni, la fine degli anni '60 e gli inizi degli anni '80 esistevano, quindi, solo dei piccoli campetti, principalmente nelle più lontane periferie (come la citata "la Piana" o anche a Zegalara). Erano sgangherati campi di terra, dove frotte di calciatori con "le spalle strette" hanno corso dietro ad un pallone e sognato di emulare le gesta del proprio campione del cuore.

Erano tempi in cui rotolava un pallone bianco e nero, tempi in cui era “re” chi ne aveva uno. Erano tempi in cui nei cortili si costruivano le porte con le “canne” o con una pila di mattoni trovati intorno casa o magari, ancora, con giubbotti e maglioni a formare il palo. Per strada, qualche volta, si sono usate pure le "cartelle" della scuola.

Veramente fortunato era chi aveva il pallone in cuoio, magari il "mitico" vecchio pallone in cuoio di un unico colore, appunto il "color cuoio": era  il primo, l’originale. Il primo pallone da calcio, magari malformato, sgualcito, ruvido per i tanti e tanti calci subiti (presi!). Con la camera d'aria che, ogni qual volta cedeva una cucitura o si aveva uno strappo nel cuoio, timidamente, prima, e poi con sempre maggior vigore, si faceva notare con quel suo colore rosa pallido, quasi sembrasse la parte di un "corpo" che cercava di uscire dalla "prigione" in cui era stato confinato  .

Era un "lusso" giocare con quel pallone. Come lo era ogni qual volta si aveva un pallone di cuoio in luogo di quelli, pur sempre apprezzati, di leggera plastica che, rispetto ai primi, soffrivano le condizioni dell'aria quando venivano calciati con froza. Allora disegnando strane ed impensabili traiettorie a dir poco funamboliche che spesso disorientava il malcapitato di turno, quello più "scarso", costretto in porta dai compagni e "gufato" a vita per l'imperizia dimostrata. Insomma, tornando al pallone questo, se calciato forte: "se vventava che era na meravija". E' stato l'avvento della plastica, il romanticismo ha lasciato il passo alle nuove tecnologie che avanzavano inesorabilmente. Anche in questo ambito, quello sportivo, la plastica ha pian piano soppiantato anche nella forma e nella consistenza l'ormai logoro, vecchio e stanco pallone di cuoio. E' arrivato il più popolare "tango", mitico prodotto tecnologico che compare a buon mercato in ogni casa. Certo, non ha il fascino del vecchio cuoio, è di plastica, dura, ma pur sempre di plastica. Ma no sarà invece che i nostri piedi non meritavano più di calciare quei mitici palloni?

Era quella la vera atmosfera sognante del calcio vissuto da noi ragazzi di allora.

Ma non diversamente è stato per chi ci ha preceduto.

I nostri padri, i nostri nonni, ricordano bene gli inizi del gioco del calcio così come noi oggi lo vediamo. Ed anche loro hanno iniziato a praticarlo tirando calci ad un pallone per strada. Magari era un pallone diverso, fatto di stracci. Allora il calcio non era ancora uno sport, era un gioco. Sarebbe stato così per tanto tempo, un gioco, poi chiamato sport che, comunque,  qui da noi è stato sempre praticato lontano dagli strilli della grande folla, lontano dagli echi della stampa, molto lontano dai palcoscenici famosi (al massimo i riflettori del nuovo Martini). Per i più è stato uno sport fatto di molti sacrifici, di tanta  passione e grande onestà.

Era questo che animava i primi giocatori di “pallone” del nostro paese che, ci hanno raccontato, giocavano addirittura con palloni fatti di pezza. Si, tanti pezzi di stoffa che, invece di venir buttati via, venivano raccolti dai ragazzi che li avvolgevano a gomitolo, pezzo dopo pezzo, tessuto dopo tessuto, fino a formare una palla. Una palla di pezza. Una palla di pezza che veniva presa a calci.

Una storia non diversa da quelle che gli antichi ci hanno tramandato. Si perché anche al tempo dei romani, e presumibilmente anche prima, si giocava con a palla. Una palla di pezza di piccole dimensioni con cui si giocava prevalentemente con le mani. Ma non vuoi credere che qualcuno non gli abbia mai sferrato un calcio?

Così, via via nel tempo, il gioco si è evoluto, si è trasformato in tante varianti con alla base sempre una palla, magari di dimensioni diverse, ma sempre una sferica (ad eccezione del rugby).

Dobbiamo sempre ricordare che da noi si è giocato anche con la "palla a bracciale", a tamburello prima che a tennis, e prima a pallacanestro che a pallavolo. Ma la vera grande passione, in questa nostra epoca, è quella del calcio.

Il calcio ad una palla visto, quindi, in parallelo alla nostra storia. Una storia antica che ha interessato anche la nostra comunità. Ho scoperto, così, della "Polisportiva Eugenio Niccolai", la prima compagine sociale creata per partecipare al Campionato Regionale di calcio, quello "regolare". Leggendo le tante cronache sportive ed ascoltando i racconti dei molti che c’erano mi sono ritrovato a rivivere tante di quelle emozioni,  quelle sensazioni che allora si provavano su quei campi sgangherati, tra fango e sudore.

Perché, allora, non raccontare quello che è stato, quello che era, all’origine, il calcio? Perché non raccontare di quello sport la cui diffusione in Italia risale alla fine del XIX secolo e che, da quel momento in poi è diventato un elemento importante dell'identità nazionale:  come non ricordare lo sventolio delle bandiere tricolori ai mondiali dell’82? E chi ne aveva mai viste prima tante e tutte insieme!!. Magari a Corridonia questo sport, in maniera regolare, è comparso un po’ più tardi, magari diremo anche, “come al solito”. Ma alla fine è arrivato!

Ecco quindi le motivazioni che mi hanno spinto e ancora mi spingono a metter mano in quella che è stata una gran mole di storie, di ricordi, di fatti, di date e risultati, di vecchie foto in bianco e nero. Un vastissimo groviglio di passioni, di sudore, di arrabbiature, di affetti ed anche “amore” che ancora oggi lega tanti nostri sportivi  alle gesta della squadra del nostro paese. Ricordare questo non significa necessariamente  ricordare proprio tutto, ma almeno ricordarci di cosa è stato questo “movimento” calcistico. E’ questa, spero, una delle basi per continuare ad arricchire queste conoscenze con la nostra storia memori del fatto che “la Storia non si fa pensando ma ricordando” ….  Scrivendo e raccogliendo …..

Nel leggere queste righe troverete memorie che non riguardano solo le vicende propriamente sportive, "pallonare", piuttosto  un viaggio a ritroso nel tempo. Agli inizi del movimento sportivo nel nostro paese, inizi di un tempo che fu e che non ritornerà più. Di un passato non ancora tramontato, dove ancora oggi viviamo nel benessere a quel tempo creato. Dope apprezziamo ancora la familiarità e convivialità della famiglia ed egoisticamente ne vorremmo ricalcare le gesta. Un viaggio, quindi, alla scoperta di una socialità ormai scomparsa che oggi invece auspichiamo e invano cerchiamo

Spero comunque di essere riuscito a districarmi e raccontare con un po’ di filo logico i fatti, le vicende, le storie ed i personaggi che hanno calcato la scena di quel “rettangolo di gioco”. Sicuramente sono ancora da raccontare molte storie, molti sportivi non sono stati citati, di molti non si ricorda molto ma di tutti questi non saremo mai dimentichi certi che i loro nomi sono scritti in quel pallone che ancora oggi corre sui campi da gioco del nostro paese.

- fine prima parte - work in progress continuo

 

 

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