NOTA ... lunga lunga ...

NOTA ... lunga lunga …

Quando nell’ormai lontano 1967 al seguito di mio padre, carabiniere, la mia famiglia arrivò a Corridonia, per quello che allora sembrava l’ennesimo trasferimento, nessuno pensava, io compreso, che saremmo rimasti così a lungo in questo paese.

Per cui mio padre, appena fui in grado di capire, impartì quelle “ferree”, allora, regole che ci avrebbero dovuto impedire di “legare” con questa terra.

Niente di speciale, ovviamente, solo poche regole perché non avessimo troppi dispiaceri a lasciare nuovamente un luogo, un paese, delle amicizie per un altro.

Quindi ci diceva, almeno a me, ma credo anche alle mie sorelle, di dare poca confidenza, mi diceva di rimanere sulle mie. In pratica questo voleva dire:  guai se avessi frequentato gli amici al bar, guai se frequentassi “certa gente”, guai in vista se parlavo di persone citando i soprannomi invece dei nomi ….

Alla sera del sabato e della domenica, quando si poteva ritardare al massimo il rientro a casa, c’era sempre, almeno all’inizio, l’interrogatorio d’ufficio: dove sei stato; con chi sei stato; cosa avete fatto …. Guai se mi sentiva dire che ero stato in qualche bar, magari se avevo fatto qualche innocente partita a carte al circolo cittadino o se ero andato a Macerata con l’autostop o magari al seguito del Corridonia in trasferta usufruendo di qualche passaggio ….

 

Ma sai quanto gli davo ascolto?! Come si poteva chiedere all’ora ad un giovane di rimanere chiuso tra quattro mura a casa, a studiare! Il mondo era fuori.

Infatti non si vedeva l’ora di uscire all’aria aperta, da qualsiasi stanza in quel momento si stesse, non si vedeva l’ora di andare all’aria aperta, a respirare gli odori freschi della vicina campagna, ma anche a giocare e socializzare con il vicinato.

Anche le pareti delle aule, a scuola, mi sono sempre sembrate “strette”, soffocanti …. Qualcuno mi ha detto che era così perché ero troppo “grosso” io …. Ora, mica allora, però ….. certo oggi quelle stanze, sia il convento dei francescani in piazza che quello delle suore Clarisse, l'edificio che è stato anche sede delle scuole elementari "L. Lanzi", sembrano proprio piccole piccole. Ma certo, all’ora erano delle celle, gli spazi dove si ritiravano a dormire e pregare i frati e le suore. E noi ci siamo andati a scuola. Che storia: loro seguivano una "regola", noi, invece, sempre a seguirne “altre”; loro, i conventuali, a vivere il ritiro come scelta di libertà, noi come obbligo: mica era la stessa cosa. Ripensandoci, dopo tanti anni, mi viene da ringraziare quelle persone che resero possibile la costruzione di questi monumenti. I quali, una volta, "espropriati" nel lontano 1867-68 delle loro funzioni rimasero, comunque, a nostro servizio, e lo sono ancora oggi. Chissà cosa ne penseranno quei ragazzi e soprattutto i genitori, dei futuri "capannoni scolastici" che andranno piano piano  a sostituirli.

Da monumenti storici e, soprattutto costruiti nel tempo, statificati anni dopo anni, per secoli, e, quindi,"umanizzati" si passerà, purtroppo, ad edifici anonimi, impersonali, vere e proprie "scatole" addizionate tra loro, decontestualizzate, asocializzate dal tessuto storico della città, posizionate dove c'è spazio libero, quasi per caso. Ma questa è un'altra storia.

Ecco quindi che appena si varcava la soglia della scuola si iniziava a correre e correre, prima per le vie del centro, poi verso casa. Appena arrivati, anche prima di aver mangiato tutto, al primo "fischio" di richiamo, o rumore di bicicletta che scorrazzava sotto casa che già si scappa veloci giù per le scale. Si usciva così da casa, sempre di corsa, come fossimo dei bersaglieri. Sempre in continuo movimento, sempre a correre, a piedi, con le bici, in salita, in discesa e in pianura. E si, perché io abitavo  “jo la piana” quella parte pianeggiante del crinale che scendendo dal centro del paese si infila dritto dritto in quello della Villa Fermani, alla fine della via.

E si, abitavo in mezzo ai pini della “villa”. Così era chiamata la nostra via. Ero in mezzi a quelli che erano della “villa”. Era una sorta di marchio di identità che ci siamo portati dietro a vita. Come un po’ le nostre squadre del cuore, quelle che una volta scelte non si cambiano più. Per cui si era, e si è, di quella zona “a vita”.

A me piaceva assai essere della “villa”, tanti ragazzi, tanto spazio a disposizione, tante piante su cui arrampicarsi e una campagna vicinissima da cui prendere liberamente i frutti che la natura donava per sfamare il nostro appetito pomeridiano. Certo qualcuno non era proprio molto d’accordo, ma all’epoca il fascino del “socialismo reale”, della negazione della “proprietà privata”, era da noi molto sentito e, soprattutto, in quel caso, serenamente applicato.

Avevamo preso affitto in una casa, al secondo piano, da poco costruita lungo quel bel viale molto lungo, tutto regolarmente alberato con maestosi pini. All’epoca era importante un viale alberato e io mi sentivo importante. Come poteva sentirsi importante chi aveva il numero civico “grande”, il 288, mica 1, 2 o 3.

Questo ai più può apparire futile, ma per un bambino che non è del posto e sa che non sarà del posto a lungo non era poco. Sicuramente questo mi ha fatto vedere con altri occhi questi luoghi, i vari posti dove ci ritrovavamo, i tanti scorci panoramici e le persone. E’ il bello e il brutto dei “senza terra”, dei trapiantati, di quelli che devono trovare una risposta nel luogo ove sono, in quel momento, alla loro mancanza di appartenenza filiale ad un determinato posto.

Quando uscendo dalla scuola, sia elementare che media, percorrevo l’inizio del viale, sentivo di essere a casa. Mi incamminavo per il “mio viale” dove c’era la “mia casa”. Presto però ho capito che quel viale era appartenuto ad una altro, e che altro.

Sempre alla ricerca di questa identità presto ho scoperto che abitavo in via Eugenio Niccolai. E proprio all’inizio della via, vicino al cancello dei giardini (quelli che una volta erano veramente dei giardini), sul lato sinistro a scendere, c’era una lapide in pietra su un affuso di ghisa con su scritto: Via Eugenio Niccolai – e sotto – Capitano, medaglia d’ora al Valor Militare.

Abitavo nella via di un eroe, di un capitano, di uno che aveva comandato, che altri seguivano, che aveva dato tutto ai propri soldati financo la vita, e per le sue gesta, gli avevano tributato il massimo degli onori: la medaglia d’oro. Che eroe. Abitavo nella via di un eroe. E mica cazzi!!

A metà della via, poi, prima di arrivare a casa, sono sempre passato vicino al recinto dell’asilo che avevo da piccolo frequentato. Con mia grossa sorpresa, appena saputo leggere, ne ho “decifrato” l’enorme lapide sopra l’ingresso. Con mio grande stupore appresi di aver frequentato la casa dell’eroe ….. ti pare poco?

Caro lettore, tu sei mai andato all’asilo e girato per la casa di un eroe, passeggiatovi davanti, intorno, dentro. Hai mai abitato in una casa che aveva un lunghissimo viale dritto e alberato? Hai mai avuto come luogo di svago come una “villa” intera, la Fermani, a tua disposizione? Hai mai giocato sugli alberi del parco di un’altra “villa”, la Bartolazzi? Io si ….. ti pare poco?

Amico che leggi, ero fiero e orgoglioso di vivere in quei luoghi. Mi sono sentito immerso in quelle storie di famiglie illustri e personaggi speciali tanto che ho continuato a frequentarle anche quando giocavo a calcio.

Si perché anche se ho iniziato tardi a calciare un pallone, e sì perché ancora frequentavo “certe ville” e “certi personaggi”, con la Olimpic del compianto Gianni Salsiccia, è vero che la squadra “maggiore” portava il nome del “mio” eroe: Eugenio Niccolai. Si, era la Polisportiva Eugenio Niccolai.

Che sorpresa poi vedere lo “scudetto” della società, quello che oggi chiamiamo il logo: scudetto bianco e rosso, colore delle mostrine della Brigata Sassari con sotto riportato il motto: “perge audacter” (continua con coraggio), e le tre stelle al centro, i gradi di capitano, il tutto su fondo azzurro, quello dell’associazione medeglie d’oro.

Ecco il perché ho provato sempre una speciale dedizione per questi colori, per questa società. Sicuramente mi legava qualcosa che andava oltre lo sport. Era altro.

Ora che ho trovato il giusto coraggio e un po’ di tempo voglio adempiere al giusto compito che ognuno di noi ha di riordinare i ricordi, riconoscere l’identità e l’appartenenza ad un popolo mettendo in luce i valori più veri che ha incontrato di quella parte di Italia migliore. Di quel popolo che con cuore, intelligenza, fede, ha saputo far risorgere città, paesi, campagne, dalla miseria e dal dolore. Dare testimonianza di una vita umana che ha una sua dignità inesorabile, che poggia sul legame con un destino buono per il quale vale la pena spendere la vita, costruendo. E chissà che leggendo tra queste righe, rivivendo scrivendolo un po’ del nostro passato si possa capire meglio il nostro presente.

- fine seconda parte - work in progress continuo

 

 

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