QUANDO IL CALCIO ERA PASSIONE

QUANDO IL CALCIO ERA PASSIONE (3)

Venerdì, 10 Aprile 2020 08:24

CAPITOLO 2 - IL GIOCO DEL CALCIO - STORIA

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Il gioco del calcio è uno degli sport più famosi e seguiti nel mondo.

È un gioco complesso e ricco di sfaccettature, ed è fatto, nella grande totalità non da grandi campioni e dai loro straordinari gesti tecnici, ma da tanti giovani che nella vita hanno avuto modo di dare anche un solo calcio ad un barattolo o ad una pezza raggomitolata. 

Però, è stato sicuramente determinante per l'affezione degli sportivi a questo sport l'aspetto puramente psicologico, di identificazione con la squadra del cuore e,  nello specifico, con un giocatore che, magari, si ammira più degli altri e che, di fatto, lo fa divertire di più. Il più delle volte questo processo psicologico inizia con l'età infantile, con la prima "palla" da calciare. E' in questa periodo, e soprattutto nel successivo, quando da giovane si pratica questo sport, che il giocatore, smessi gli scarpini da gioco, diventa tifoso, assimila un aspetto, una proprietà, un attributo di un’altra persona, di una squadra, e si trasforma totalmente, assumendo, anche, aspetti a livello comportamentale, relazionale e di pensiero, a volte anche assai discutibili. Questi "aspetti comportamentali" vengono non a caso definiti con la parola "tifo", giusto per ricordare una gravissima malattia pandemica simile a quella che oggi minaccia il nostro futuro.

Questa identificazione, l'avvento delle comunicazioni radio e, soprattutto, il nuovo processo industriale successivo alla Prima Guerra Mondiale, e soprattutto il decennio successivo hanno fatto si che il calcio italiano lasciasse la dimensione "artigianale" per avviarsi a quella strada del professionismo che poi, nelle successive fasi, è giunto fino a noi. Tale processo, con l'inizio del XX secolo, ha portato il calcio a sostituire gli altri sport popolari con la "palla" prima in voga, tra questi ricordiamo il gioco del "pallone col bracciale" ed il "tamburello".

Nell'allegato in formato PDF a questa introduzione, presente in basso nella schermata che vedete , troverete una serie di "appunti", non corretti, che cercano di narrare la storia di questo gioco con la "palla" chiamato, appunto, "calcio". Non si ha, ovviamente, la pretesa della precisione di tutte le informazioni ivi riportate, ne di essere tassonomici nella ricerca del dettaglio o del particolare. Anzi, si richiede la vostra collaborazione indicandoci gli errori, le eventuali omissioni e le integrazioni necessarie a precisare meglio i contorni di questa succinta storia.

Spero, soltanto, di non annoiarvi.

Grazie per la pazienza e a presto.

 

In allegato: CAPITO 2 - IL GIOCO DEL CALCIO - STORIA

L'immagine di copertina riprende, dal colle degli Zoccolanti, la prima realizzazione dell'Impianto Sportivo "Martini" di Corridonia in c.da Font'Orsola. L'immagine è una copia dell'originale presente nell'archivio dei documenti relativi alla costruzione dell'impianto presso il Comune di Corridonia.

Venerdì, 08 Giugno 2018 09:54

NOTA ... lunga lunga ...

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NOTA ... lunga lunga …

Quando nell’ormai lontano 1967 al seguito di mio padre, carabiniere, la mia famiglia arrivò a Corridonia, per quello che allora sembrava l’ennesimo trasferimento, nessuno pensava, io compreso, che saremmo rimasti così a lungo in questo paese.

Per cui mio padre, appena fui in grado di capire, impartì quelle “ferree”, allora, regole che ci avrebbero dovuto impedire di “legare” con questa terra.

Niente di speciale, ovviamente, solo poche regole perché non avessimo troppi dispiaceri a lasciare nuovamente un luogo, un paese, delle amicizie per un altro.

Quindi ci diceva, almeno a me, ma credo anche alle mie sorelle, di dare poca confidenza, mi diceva di rimanere sulle mie. In pratica questo voleva dire:  guai se avessi frequentato gli amici al bar, guai se frequentassi “certa gente”, guai in vista se parlavo di persone citando i soprannomi invece dei nomi ….

Alla sera del sabato e della domenica, quando si poteva ritardare al massimo il rientro a casa, c’era sempre, almeno all’inizio, l’interrogatorio d’ufficio: dove sei stato; con chi sei stato; cosa avete fatto …. Guai se mi sentiva dire che ero stato in qualche bar, magari se avevo fatto qualche innocente partita a carte al circolo cittadino o se ero andato a Macerata con l’autostop o magari al seguito del Corridonia in trasferta usufruendo di qualche passaggio ….

 

Ma sai quanto gli davo ascolto?! Come si poteva chiedere all’ora ad un giovane di rimanere chiuso tra quattro mura a casa, a studiare! Il mondo era fuori.

Infatti non si vedeva l’ora di uscire all’aria aperta, da qualsiasi stanza in quel momento si stesse, non si vedeva l’ora di andare all’aria aperta, a respirare gli odori freschi della vicina campagna, ma anche a giocare e socializzare con il vicinato.

Anche le pareti delle aule, a scuola, mi sono sempre sembrate “strette”, soffocanti …. Qualcuno mi ha detto che era così perché ero troppo “grosso” io …. Ora, mica allora, però ….. certo oggi quelle stanze, sia il convento dei francescani in piazza che quello delle suore Clarisse, l'edificio che è stato anche sede delle scuole elementari "L. Lanzi", sembrano proprio piccole piccole. Ma certo, all’ora erano delle celle, gli spazi dove si ritiravano a dormire e pregare i frati e le suore. E noi ci siamo andati a scuola. Che storia: loro seguivano una "regola", noi, invece, sempre a seguirne “altre”; loro, i conventuali, a vivere il ritiro come scelta di libertà, noi come obbligo: mica era la stessa cosa. Ripensandoci, dopo tanti anni, mi viene da ringraziare quelle persone che resero possibile la costruzione di questi monumenti. I quali, una volta, "espropriati" nel lontano 1867-68 delle loro funzioni rimasero, comunque, a nostro servizio, e lo sono ancora oggi. Chissà cosa ne penseranno quei ragazzi e soprattutto i genitori, dei futuri "capannoni scolastici" che andranno piano piano  a sostituirli.

Da monumenti storici e, soprattutto costruiti nel tempo, statificati anni dopo anni, per secoli, e, quindi,"umanizzati" si passerà, purtroppo, ad edifici anonimi, impersonali, vere e proprie "scatole" addizionate tra loro, decontestualizzate, asocializzate dal tessuto storico della città, posizionate dove c'è spazio libero, quasi per caso. Ma questa è un'altra storia.

Ecco quindi che appena si varcava la soglia della scuola si iniziava a correre e correre, prima per le vie del centro, poi verso casa. Appena arrivati, anche prima di aver mangiato tutto, al primo "fischio" di richiamo, o rumore di bicicletta che scorrazzava sotto casa che già si scappa veloci giù per le scale. Si usciva così da casa, sempre di corsa, come fossimo dei bersaglieri. Sempre in continuo movimento, sempre a correre, a piedi, con le bici, in salita, in discesa e in pianura. E si, perché io abitavo  “jo la piana” quella parte pianeggiante del crinale che scendendo dal centro del paese si infila dritto dritto in quello della Villa Fermani, alla fine della via.

E si, abitavo in mezzo ai pini della “villa”. Così era chiamata la nostra via. Ero in mezzi a quelli che erano della “villa”. Era una sorta di marchio di identità che ci siamo portati dietro a vita. Come un po’ le nostre squadre del cuore, quelle che una volta scelte non si cambiano più. Per cui si era, e si è, di quella zona “a vita”.

A me piaceva assai essere della “villa”, tanti ragazzi, tanto spazio a disposizione, tante piante su cui arrampicarsi e una campagna vicinissima da cui prendere liberamente i frutti che la natura donava per sfamare il nostro appetito pomeridiano. Certo qualcuno non era proprio molto d’accordo, ma all’epoca il fascino del “socialismo reale”, della negazione della “proprietà privata”, era da noi molto sentito e, soprattutto, in quel caso, serenamente applicato.

Avevamo preso affitto in una casa, al secondo piano, da poco costruita lungo quel bel viale molto lungo, tutto regolarmente alberato con maestosi pini. All’epoca era importante un viale alberato e io mi sentivo importante. Come poteva sentirsi importante chi aveva il numero civico “grande”, il 288, mica 1, 2 o 3.

Questo ai più può apparire futile, ma per un bambino che non è del posto e sa che non sarà del posto a lungo non era poco. Sicuramente questo mi ha fatto vedere con altri occhi questi luoghi, i vari posti dove ci ritrovavamo, i tanti scorci panoramici e le persone. E’ il bello e il brutto dei “senza terra”, dei trapiantati, di quelli che devono trovare una risposta nel luogo ove sono, in quel momento, alla loro mancanza di appartenenza filiale ad un determinato posto.

Quando uscendo dalla scuola, sia elementare che media, percorrevo l’inizio del viale, sentivo di essere a casa. Mi incamminavo per il “mio viale” dove c’era la “mia casa”. Presto però ho capito che quel viale era appartenuto ad una altro, e che altro.

Sempre alla ricerca di questa identità presto ho scoperto che abitavo in via Eugenio Niccolai. E proprio all’inizio della via, vicino al cancello dei giardini (quelli che una volta erano veramente dei giardini), sul lato sinistro a scendere, c’era una lapide in pietra su un affuso di ghisa con su scritto: Via Eugenio Niccolai – e sotto – Capitano, medaglia d’ora al Valor Militare.

Abitavo nella via di un eroe, di un capitano, di uno che aveva comandato, che altri seguivano, che aveva dato tutto ai propri soldati financo la vita, e per le sue gesta, gli avevano tributato il massimo degli onori: la medaglia d’oro. Che eroe. Abitavo nella via di un eroe. E mica cazzi!!

A metà della via, poi, prima di arrivare a casa, sono sempre passato vicino al recinto dell’asilo che avevo da piccolo frequentato. Con mia grossa sorpresa, appena saputo leggere, ne ho “decifrato” l’enorme lapide sopra l’ingresso. Con mio grande stupore appresi di aver frequentato la casa dell’eroe ….. ti pare poco?

Caro lettore, tu sei mai andato all’asilo e girato per la casa di un eroe, passeggiatovi davanti, intorno, dentro. Hai mai abitato in una casa che aveva un lunghissimo viale dritto e alberato? Hai mai avuto come luogo di svago come una “villa” intera, la Fermani, a tua disposizione? Hai mai giocato sugli alberi del parco di un’altra “villa”, la Bartolazzi? Io si ….. ti pare poco?

Amico che leggi, ero fiero e orgoglioso di vivere in quei luoghi. Mi sono sentito immerso in quelle storie di famiglie illustri e personaggi speciali tanto che ho continuato a frequentarle anche quando giocavo a calcio.

Si perché anche se ho iniziato tardi a calciare un pallone, e sì perché ancora frequentavo “certe ville” e “certi personaggi”, con la Olimpic del compianto Gianni Salsiccia, è vero che la squadra “maggiore” portava il nome del “mio” eroe: Eugenio Niccolai. Si, era la Polisportiva Eugenio Niccolai.

Che sorpresa poi vedere lo “scudetto” della società, quello che oggi chiamiamo il logo: scudetto bianco e rosso, colore delle mostrine della Brigata Sassari con sotto riportato il motto: “perge audacter” (continua con coraggio), e le tre stelle al centro, i gradi di capitano, il tutto su fondo azzurro, quello dell’associazione medeglie d’oro.

Ecco il perché ho provato sempre una speciale dedizione per questi colori, per questa società. Sicuramente mi legava qualcosa che andava oltre lo sport. Era altro.

Ora che ho trovato il giusto coraggio e un po’ di tempo voglio adempiere al giusto compito che ognuno di noi ha di riordinare i ricordi, riconoscere l’identità e l’appartenenza ad un popolo mettendo in luce i valori più veri che ha incontrato di quella parte di Italia migliore. Di quel popolo che con cuore, intelligenza, fede, ha saputo far risorgere città, paesi, campagne, dalla miseria e dal dolore. Dare testimonianza di una vita umana che ha una sua dignità inesorabile, che poggia sul legame con un destino buono per il quale vale la pena spendere la vita, costruendo. E chissà che leggendo tra queste righe, rivivendo scrivendolo un po’ del nostro passato si possa capire meglio il nostro presente.

- fine seconda parte - work in progress continuo

 

 

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Giovedì, 24 Maggio 2018 09:45

PREFAZIONE

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"si può scoprire di più su una persona in un'ora di gioco, che in un anno di conversazione" PLATONE

 

PREFAZIONE

"Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall'altruismo e dalla fantasia" dice Francesco De Gregori ne la "La leva calcistica della classe '68"  e rivolgendosi al dodicenne “Nino” lo invita a “non aver paura di sbagliare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore”.

Una canzone che descrive il nostro calcio praticato tra  vecchie strade e piazze del paese. Magari nei campetti improvvisati negli “sterri” delle case in costruzione degli anni ’60 e ’70, quelli che io ho conosciuto, o anche praticato nei parcheggi ricavati negli spiazzi dietro le case o, addirittura, in fondo ad un campo, in mezzo ad una delle tante vallate che  si sono formate tra i declivi del nostro paese.

 

Come non ricordare, ad esempio, quel polveroso campetto di calcio realizzato con tanta fatica in fondo alla valle tra la Piana e Mosé (nella vallata tra Via Niccolai a nord e C.da   via ….). Tanta fatica servì per realizzarlo e tanta se ne doveva fare al ritorno, quando, stanchi, sudati e assetati si doveva risalire la china prima scesa con baldanzosa sicurezza in quattro e quattrotto. Si giocava su di un terreno incolto, dissodato alla "bella e meglio", dove al centro era tutta terra e man mano che ci si spostava ai lati l'erba iniziava a comparire, prima, timida timida,  per poi divenire sempre più folta e, al limite del campo, addirittura così alta da far perdere le tracce del pallone quando malauguratamente, ma spesso, vi finiva per l'improvvida imperizia dei giovanili piedi. Si costruirono pure le prime porte in legno, proprio su quel campo Era, di fatto, una innovazione "tecnologica" di rarità assoluta,  solo i campi regolamentari avevano le porte in legno. Giusto il campo presso l'Enaoli e quello del "Marini". Al massimo, alcuni spiazzi, come il cortile dell'ex convento delle Clarisse, poi collegio e ancora scuola elementare, ora detto "delle Poste", avevano la porta disegnata con calce bianca sul muro centrale dove, una volta, si ergevano anche le pertiche e la corda per gli esercizi ginnici all'aperto. Visto che di spazi chiusi, come palestre, non ve ne erano. Si ricorda, anche, analogamente, la porta disegnata sul muro della palestra de "lu cappello" rivolta verso l'attuale ospedale.

 

In quegli anni, la fine degli anni '60 e gli inizi degli anni '80 esistevano, quindi, solo dei piccoli campetti, principalmente nelle più lontane periferie (come la citata "la Piana" o anche a Zegalara). Erano sgangherati campi di terra, dove frotte di calciatori con "le spalle strette" hanno corso dietro ad un pallone e sognato di emulare le gesta del proprio campione del cuore.

Erano tempi in cui rotolava un pallone bianco e nero, tempi in cui era “re” chi ne aveva uno. Erano tempi in cui nei cortili si costruivano le porte con le “canne” o con una pila di mattoni trovati intorno casa o magari, ancora, con giubbotti e maglioni a formare il palo. Per strada, qualche volta, si sono usate pure le "cartelle" della scuola.

Veramente fortunato era chi aveva il pallone in cuoio, magari il "mitico" vecchio pallone in cuoio di un unico colore, appunto il "color cuoio": era  il primo, l’originale. Il primo pallone da calcio, magari malformato, sgualcito, ruvido per i tanti e tanti calci subiti (presi!). Con la camera d'aria che, ogni qual volta cedeva una cucitura o si aveva uno strappo nel cuoio, timidamente, prima, e poi con sempre maggior vigore, si faceva notare con quel suo colore rosa pallido, quasi sembrasse la parte di un "corpo" che cercava di uscire dalla "prigione" in cui era stato confinato  .

Era un "lusso" giocare con quel pallone. Come lo era ogni qual volta si aveva un pallone di cuoio in luogo di quelli, pur sempre apprezzati, di leggera plastica che, rispetto ai primi, soffrivano le condizioni dell'aria quando venivano calciati con froza. Allora disegnando strane ed impensabili traiettorie a dir poco funamboliche che spesso disorientava il malcapitato di turno, quello più "scarso", costretto in porta dai compagni e "gufato" a vita per l'imperizia dimostrata. Insomma, tornando al pallone questo, se calciato forte: "se vventava che era na meravija". E' stato l'avvento della plastica, il romanticismo ha lasciato il passo alle nuove tecnologie che avanzavano inesorabilmente. Anche in questo ambito, quello sportivo, la plastica ha pian piano soppiantato anche nella forma e nella consistenza l'ormai logoro, vecchio e stanco pallone di cuoio. E' arrivato il più popolare "tango", mitico prodotto tecnologico che compare a buon mercato in ogni casa. Certo, non ha il fascino del vecchio cuoio, è di plastica, dura, ma pur sempre di plastica. Ma no sarà invece che i nostri piedi non meritavano più di calciare quei mitici palloni?

Era quella la vera atmosfera sognante del calcio vissuto da noi ragazzi di allora.

Ma non diversamente è stato per chi ci ha preceduto.

I nostri padri, i nostri nonni, ricordano bene gli inizi del gioco del calcio così come noi oggi lo vediamo. Ed anche loro hanno iniziato a praticarlo tirando calci ad un pallone per strada. Magari era un pallone diverso, fatto di stracci. Allora il calcio non era ancora uno sport, era un gioco. Sarebbe stato così per tanto tempo, un gioco, poi chiamato sport che, comunque,  qui da noi è stato sempre praticato lontano dagli strilli della grande folla, lontano dagli echi della stampa, molto lontano dai palcoscenici famosi (al massimo i riflettori del nuovo Martini). Per i più è stato uno sport fatto di molti sacrifici, di tanta  passione e grande onestà.

Era questo che animava i primi giocatori di “pallone” del nostro paese che, ci hanno raccontato, giocavano addirittura con palloni fatti di pezza. Si, tanti pezzi di stoffa che, invece di venir buttati via, venivano raccolti dai ragazzi che li avvolgevano a gomitolo, pezzo dopo pezzo, tessuto dopo tessuto, fino a formare una palla. Una palla di pezza. Una palla di pezza che veniva presa a calci.

Una storia non diversa da quelle che gli antichi ci hanno tramandato. Si perché anche al tempo dei romani, e presumibilmente anche prima, si giocava con a palla. Una palla di pezza di piccole dimensioni con cui si giocava prevalentemente con le mani. Ma non vuoi credere che qualcuno non gli abbia mai sferrato un calcio?

Così, via via nel tempo, il gioco si è evoluto, si è trasformato in tante varianti con alla base sempre una palla, magari di dimensioni diverse, ma sempre una sferica (ad eccezione del rugby).

Dobbiamo sempre ricordare che da noi si è giocato anche con la "palla a bracciale", a tamburello prima che a tennis, e prima a pallacanestro che a pallavolo. Ma la vera grande passione, in questa nostra epoca, è quella del calcio.

Il calcio ad una palla visto, quindi, in parallelo alla nostra storia. Una storia antica che ha interessato anche la nostra comunità. Ho scoperto, così, della "Polisportiva Eugenio Niccolai", la prima compagine sociale creata per partecipare al Campionato Regionale di calcio, quello "regolare". Leggendo le tante cronache sportive ed ascoltando i racconti dei molti che c’erano mi sono ritrovato a rivivere tante di quelle emozioni,  quelle sensazioni che allora si provavano su quei campi sgangherati, tra fango e sudore.

Perché, allora, non raccontare quello che è stato, quello che era, all’origine, il calcio? Perché non raccontare di quello sport la cui diffusione in Italia risale alla fine del XIX secolo e che, da quel momento in poi è diventato un elemento importante dell'identità nazionale:  come non ricordare lo sventolio delle bandiere tricolori ai mondiali dell’82? E chi ne aveva mai viste prima tante e tutte insieme!!. Magari a Corridonia questo sport, in maniera regolare, è comparso un po’ più tardi, magari diremo anche, “come al solito”. Ma alla fine è arrivato!

Ecco quindi le motivazioni che mi hanno spinto e ancora mi spingono a metter mano in quella che è stata una gran mole di storie, di ricordi, di fatti, di date e risultati, di vecchie foto in bianco e nero. Un vastissimo groviglio di passioni, di sudore, di arrabbiature, di affetti ed anche “amore” che ancora oggi lega tanti nostri sportivi  alle gesta della squadra del nostro paese. Ricordare questo non significa necessariamente  ricordare proprio tutto, ma almeno ricordarci di cosa è stato questo “movimento” calcistico. E’ questa, spero, una delle basi per continuare ad arricchire queste conoscenze con la nostra storia memori del fatto che “la Storia non si fa pensando ma ricordando” ….  Scrivendo e raccogliendo …..

Nel leggere queste righe troverete memorie che non riguardano solo le vicende propriamente sportive, "pallonare", piuttosto  un viaggio a ritroso nel tempo. Agli inizi del movimento sportivo nel nostro paese, inizi di un tempo che fu e che non ritornerà più. Di un passato non ancora tramontato, dove ancora oggi viviamo nel benessere a quel tempo creato. Dope apprezziamo ancora la familiarità e convivialità della famiglia ed egoisticamente ne vorremmo ricalcare le gesta. Un viaggio, quindi, alla scoperta di una socialità ormai scomparsa che oggi invece auspichiamo e invano cerchiamo

Spero comunque di essere riuscito a districarmi e raccontare con un po’ di filo logico i fatti, le vicende, le storie ed i personaggi che hanno calcato la scena di quel “rettangolo di gioco”. Sicuramente sono ancora da raccontare molte storie, molti sportivi non sono stati citati, di molti non si ricorda molto ma di tutti questi non saremo mai dimentichi certi che i loro nomi sono scritti in quel pallone che ancora oggi corre sui campi da gioco del nostro paese.

- fine prima parte - work in progress continuo

 

 

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